Orvieto, sospesa su una rupe di tufo, è un intreccio di pietra, silenzio e verticalità, dove la storia si stratifica e definisce un’identità raccolta e profonda. Qui, Coro è un ristorante che sa farsi ricordare non solo per la bellezza della struttura e la qualità della cucina, ma per l'esperienza nel suo complesso. Con Chef Ronald Bukri il racconto scorre come una musica a più voci, senza alzare il volume ma allargando l’ascolto. Parte dall’origine: “Coro è il punto in cui due traiettorie si incontrano.” La sua e quella di Francesco Perali, cofondatore del locale. Un luogo costruito “nelle scelte, nei silenzi, nel modo di accogliere”, dove la funzionalità non è mai stata l’unico obiettivo. “Non volevamo un ristorante che funzionasse soltanto. Volevamo uno spazio che avesse carattere. Coro è questo: professionalità e personalità che convivono. Cucina, sala, atmosfera: tutto deve parlare la stessa lingua.”
Francesco Perali e Chef Ronald Bukri, i due fondatori di Coro . Crediti: Coro Ristorante
Al centro, sottolinea lo Chef, c'è un gusto italiano “che non è nostalgia, ma identità viva. Un gusto che non si forza e non si dichiara, ma si riconosce.” Senza forzature, futto di una ricerca attenta: “Per essere autentici non bisogna inseguire l’originalità: bisogna cercarla con pazienza, togliendo il superfluo. Io credo che si debba capire il proprio tempo senza diventare schiavi delle mode.” Come in cucina, anche nel progetto, aggiunge, si è scelto di sottrarre. “Resta solo ciò che ha senso.” E quando il racconto devia sulla sede, l’eco della chiesa sconsacrata è presente senza sovrastare.
Cucinare in una chiesa sconsacrata significa lavorare dentro un volume che ha memoria, verticalità, silenzio. La scelta di un piatto, di una forma, di un impiattamento nasce anche da lì.
Lo Chef non si impone di farsi influenzare dallo spazio – “sarebbe artificiale” – ma riconosce quanto sia inevitabile: cucinare in un volume con “memoria, verticalità, silenzio” significa lasciare che “l’estetica del luogo entri nel gesto. E il gesto entri nel gusto.” Non è un esercizio concettuale, sottolinea: “Per chi ha una sensibilità marcata, queste connessioni non sono un esercizio concettuale. Sono una necessità.” Nel progetto, l’armonia tra forma e sostanza è un filo teso che non si spezza. Chef Bukri la racconta senza enfasi, con quella sobrietà che lascia vedere l’ossatura delle idee, il ritmo dei dettagli e la misura delle scelte.
Quando si arriva al tema del lavoro di restauro fatto sulla sede storica del locale, appare chiara la doppia guida del progetto: l’architetto Giuliano dell'Uva per la visione, lo Chef per la funzionalità tecnica della cucina. Flussi, organizzazione, efficienza: nell’intreccio tra architettura e servizio non c’è gerarchia, ma un patto. “La bellezza deve emozionare, ma la struttura deve funzionare. Un ristorante non vive di estetica: vive di equilibrio tra visione e operatività.”
Coro Ristorante
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Orvieto (Umbria)