a Dolcedo, dove le colline si stemperano negli uliveti e l’acqua dei torrenti affila i sassi da secoli, la cucina sembra respirare la stessa aria antica e pulita. È qui che prende forma Ristorante Equilibrio, la casa gastronomica di Chef Jacopo Chieppa, una voce che parla sottovoce ma lascia tracce profonde. Lo Chef racconta la sua urgenza creativa come si descrive una corrente sotterranea: “Equilibrio nasce per la voglia di concretizzare un’idea di ristorazione creativa e identitaria”. Nelle sue parole, si avverte il divertimento serio del mestiere, quella sfida che non invecchia mai: la voglia di mettersi in gioco, superando limiti e abitudini, “giocando” e rinnovandosi costantemente in “Equilibrio”.
L'estetica è perfettamente integrata in un contesto di natura, pietra e colori di altri tempi. Crediti: Equilibrio
L’energia del luogo si riflette nella calma con cui lo Chef misura ogni gesto, come se le pietre intorno fossero metronomi gentili e la valle, uno spartito di stagioni.
Il ristorante vive nelle ossa di un antico mulino. “Pareti che raccontano di un passato lontano, vissuto e amato ispirano il quotidiano mantenendo un piede nel passato guardando al futuro”, dice lo Chef, come se quelle mura respirassero ancora di grano e di olive. Non è solo immaginazione: quelle stesse pietre hanno ospitato produzioni diverse, dalle farine all’olio, poi una casa privata e persino una storica osteria della zona. Quando Chef Chieppa è entrato in questo spazio, Equilibrio aveva un’anima rustica, stratificata dal tempo e dalle mani di chi l’aveva vissuto. Insieme a sua moglie Melania e a un team di architetti, ha scelto di rinnovare senza cancellare, mantenendo un’essenza campestre: colori naturali, palette calde, continuità tra interno ed esterno, per creare un ambiente accogliente e sincero.
L’orto non è essenziale ma contamina le mie idee diventando talvolta necessario
Nel nome c’è una storia doppia. L’equilibrio è la parola che percorre il lavoro e la vita di Chef Chieppa, il suo baricentro quotidiano. Ma c’è anche un’immagine concreta: “È legato al ponte cinquecentesco che, alle porte del locale, ancor oggi si regge in equilibrio”. Quell’arco di pietra sembra dare il passo a chi entra, un invito a camminare con la stessa grazia misurata. In cucina, l’orto del ristorante non è un totem, ma una rotta che contamina e a tratti diventa necessaria. Lo Chef lo dice senza esagerare, come si parla di un amico di cui si conoscono pregi e intemperanze: “L’orto non è essenziale ma contamina le mie idee diventando talvolta necessario. La cucina ligure ha un’altissima percentuale vegetale”. Così il verde non è guarnizione, ma grammatica.
Equilibrio
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Dolcedo (Liguria)