A Cortina d’Ampezzo, nelle bellissime Dolomiti, SanBrite si presenta come un’estensione coerente del suo paesaggio: una realtà di montagna che vive accanto al bosco e in prossimità delle proprie stalle, dove il ritmo delle stagioni detta tempi e priorità. Qui la struttura produttiva e quella gastronomica coincidono in un’unica visione: il latte viene trasformato nel caseificio di casa e i prodotti dell’azienda agricola — carni, latticini, salumi e verdure — costituiscono la base concreta di una cucina rigenerativa, sostenibile e a filiera corta.
La geografia si fa infrastruttura: l’autosufficienza parziale dell’azienda e il legame con la terra non sono soltanto valori dichiarati, ma una grammatica operativa che orienta ogni piatto. Alla guida, Riccardo Gaspari (classe 1985) porta in dote un percorso maturato sin da giovanissimo nell’agriturismo di famiglia, El Brite de Larieto, una struttura rilevata nel 2004 e rimessa a nuovo. Un passaggio determinante avviene con l’esperienza all’Osteria Francescana al fianco di Massimo Bottura, che precede l’apertura del ristorante SanBrite nel 2017.
Il profilo di Chef Gaspari è quello di un cuoco concreto e perfezionista, animato da una passione che si traduce in disciplina: la cucina come espressione di sacrificio e gratificazione, in linea con gli insegnamenti familiari. La sua idea di innovazione non prescinde dalla memoria: è un ritorno all’essenza, una riscoperta delle tradizioni di montagna innestate su ricerca e sperimentazione. Nella sua filosofia, i piatti nascono dagli ingredienti, non viceversa.
La materia prima, eccellente e senza compromessi, stabilisce priorità e direzione. Il bosco, con i suoi colori e profumi, diventa un serbatoio di ispirazioni da trasformare in esperienza sensoriale, mentre la montagna, con il suo carattere ruvido e stimolante, viene raccontata attraverso gusti e consistenze che evocano la resina di un pino, il latte munto la mattina, i sapori della natura.
Questa agricucina coltiva una narrazione intima, ma controllata: la famiglia, il lavoro quotidiano, l’allevamento e il caseificio sono elementi tanto affettivi quanto strutturali, inscritti nel DNA del progetto. Lo stile di cottura riflette un equilibrio tra tradizione e spinta contemporanea, in una sintesi attenta tra ciò che nasce nella stalla, nell'orto e nel bosco e una tavola che vuole restare essenziale. L’obiettivo dichiarato — cucina rigenerativa — si concretizza in una filiera corta che riduce la distanza tra produzione e assaggio, e in un approccio che mette in discussione abitudini consolidate: da anni, per esempio, i dessert hanno rinunciato completamente allo zucchero.
Non per posture radicali, ma per aprire un campo di gusto diverso, rivelando la dolcezza intrinseca delle materie. Protagonista in pasticceria è il siero di latte caramellizzato, alleato prezioso che, con pazienza e cura, sprigiona una dolcezza naturale e inedita. Questo percorso trova un perfetto esempio in un dolce emblematico, la swirl servita con burro dolce: un boccone che restituisce con chiarezza l’asse portante della casa — ricerca, passione, rispetto per la materia. È un segnale di identità forte: la vera innovazione, qui, coincide con una riduzione all’essenziale.
La sala è affidata a Ludovica Rubbini, partner nel lavoro e nella vita dello Chef, presenza che definisce ritmo e misura dell’esperienza con un servizio preciso e partecipe, in dialogo con l’impianto agricolo e artigianale del ristorante. La cantina offre una selezione sensibile ai piccoli produttori e ai vini naturali, una carta che cresce con coerenza, cercando corrispondenze con un pensiero gastronomico che privilegia territorialità, integrità e trasparenza.
L’atmosfera asseconda il contesto: il silenzio evocativo della montagna, i profumi del bosco e il respiro delle stagioni costruiscono un’esperienza raccolta e precisa, dove la distanza tra luogo di produzione e tavola è volutamente minima. Non c’è compiacimento estetico, piuttosto una nettezza di intenti: partire dalla materia per arrivare a una cucina che parli di territorio senza cedere alla retorica. L’identità di SanBrite consiste in questa saldatura tra stalla e piatto, tra caseificio e sala, tra memoria e presente. Una proposta che non promette facili scorciatoie: preferisce il passo lento delle cose ben fatte, il lavoro quotidiano, la chiarezza di un gusto che, come il bosco, non smette di svelarsi a chi sa ascoltare.